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Archivio News > 12/02/2013 - Cassazione, Sez. III Civile, rel. Travaglino, sentenza n. 20292 del 20 novembre

 

 

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Giovanni Battista - Presidente -

Dott. D'ALESSANDRO Paolo - Consigliere -

Dott. TRAVAGLINO Giacomo - rel. Consigliere -

Dott. ARMANO Uliana - Consigliere -

Dott. DE STEFANO Franco - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA (20292 del 20 11 2012)

sul ricorso 10597/2008 proposto da:

L.A. (OMISSIS), A.A. (OMISSIS), A.G.G. (OMISSIS), AN.AN. (OMISSIS), A.G. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CICERONE 49 C/O GIUFFRIDA, presso lo studio

dell'avvocato BOTZIOS PAOLO, rappresentati e difesi dall'avvocato PETRACHI Giorgio Cristian,

giusta delega in atti;

- ricorrenti -

contro

D.L.E., DI LECCE G & C DITTA SNC, LA FONDIARIA SAI SPA;

_- intimati -

sul ricorso 13553/2008 proposto da:

LA FONDIARIA SAI SPA (OMISSIS), (già Fondiaria Assicurazioni Spa fusa per incorporazione

nella SAI Spa), in persona del suo procuratore Speciale Dott. C.I., elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA L BISSOLATI 76, presso lo studio dell'avvocato TOMMASO SPINELLI

GIORDANO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato VIZZIELLO

MICHELANGELO giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

L.A., A.G.G., A.A., AN.AN., A.G., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CICERONE 49 C/O

ST. GIUFFRIDA, presso lo studio dell'avvocato BOTZIOS PAOLO, rappresentati e difesi

dall'avvocato GIORGIO CRISTIAN PETRACHI giusta delega in atti;

- controricorrenti -

e contro

DI LECCE G & C DITTA SNC, D.L.E.;

- intimati -

avverso la sentenza n. 117/2007 della CORTE D'APPELLO di POTENZA, depositata il

27/03/2007; R.G.N. 246/2004.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 03/05/2012 dal Consigliere Dott.

GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l'Avvocato GIORGIO CRISTIAN PETRACHI;

udito l'Avvocato ENRICA FASOLA per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PRATIS Pierfelice, che ha

concluso per rigetto di entrambi i ricorsi.

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Nel febbraio del 1995 i componenti superstiti della famiglia A. ed L.A. evocarono in giudizio,

dinanzi al tribunale di Matera, D.L.E., la s.n.c. Di Lecce & C. e la s.p.a. Fondiaria assicurazioni,

chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della morte del

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proprio congiunto, An.Gi., deceduto a seguito delle lesioni riportate nel sinistro stradale di cui era

rimasto vittima mentre si trovava a bordo dell'autovettura guidata dal D.L..

Il giudice di primo grado accolse la domanda, condannando i convenuti in solido al pagamento della

somma:

- di circa 35 mila Euro in favore degli eredi del defunto per danni ad essi riconosciuti iure

haereditario;

- di 75.OOO Euro in favore della madre;

- di 50.000 Euro in favore del padre;

- di 6000 Euro in favore di ciascun fratello;

- di 2.435 Euro in favore del solo An.An. per spese funebri.

La corte di appello di Potenza, investita del gravame proposto dagli attori costituiti in prime cure, lo

accolse in parte qua, provvedendo ad una più congrua liquidazione dei danni lamentati dagli

appellanti.

La sentenza è stata impugnata dagli eredi A. con ricorso per cassazione sorretto da sette motivi di

doglianza.

Resiste la compagnia assicurativa con controricorso integrato da ricorso incidentale a sua volta

illustrato da 2 motivi di censura (cui resistono con controricorso gli A. e la L.).

L'avv. Petrachi, difensore dei ricorrenti principali, ha depositato brevi note scritte ex art. 379 c.p.c.,

in replica alle conclusioni rassegnate dal P.G. all'odierna udienza di discussione.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

Entrambi i ricorsi riuniti devono essere rigettati.

Vanno congiuntamente e preliminarmente esaminati il primo, il terzo e il sesto motivo del ricorso

principale, attesane la intrinseca connessione logico-giuridica.

Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360

c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2043, 2059, 1223 c.c.; omessa o quantomeno insufficiente

motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine ai criteri di liquidazione adottati e inerenti la

valutazione del danno alla serenità familiare - parziale esame della res iudicanda.

Con il terzo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c.,

n. 3, in relazione agli artt. 2043, 2059, 1223 c.c.; omessa o quantomeno insufficiente motivazione

ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine ai criteri di liquidazione adottati e inerenti la valutazione del danno

alla vita di relazione - parziale esame della res iudicanda.

Con il sesto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c.,

n. 3, in relazione agli artt. 2043, 2059, 1223 c.c.; omessa o quantomeno insufficiente motivazione

ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine ai criteri di liquidazione adottati e inerenti la valutazione del danno

edonistico - parziale esame della res iudicanda.

Le censure - che lamentano la mancata liquidazione, in guisa di autonome voci di danno, di ciò che

di converso risulta il pluralistico aspetto di un'unica conseguenza dannosa della condotta illecita,

non hanno giuridico fondamento. Esse si infrangono, difatti, oltre che sul corretto impianto

motivazionale della sentenza impugnata - nella parte in cui si legge che "le uniche componenti di

danno non patrimoniale sono date dal danno esistenziale e dal danno morale subbiettivo, invocando

erroneamente gli appellanti, con terminologie diverse, quel che in realtà era la medesima voce di

danno, prevalentemente indicata con la locuzione unificante di danno esistenziale" -, sul recente

dictum delle sezioni unite di questa corte (cui il collegio ritiene di dover dare continuità), in

conseguenza del quale (sentenze nn. 26972 e ss. dell'11 settembre del 2008), è stato ricondotta a

formale unità la categoria del pregiudizio non patrimoniale di cui all'art. 2059 c.c., e

contemporaneamente predicata la unicità e la centralità, ex Constitutionis, della persona, con

conseguente, necessaria integralità del risarcimento del ("valore" uomo e del) danno non

patrimoniale.

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Si è dunque escluso tout court che una stessa tipologia di danno possa frammentarsi in singole

sottovoci (quelle oggi rappresentate a questa corte dai ricorrenti) onde evitare che tale

frammentazione si risolva, in realtà, in una illegittima moltiplicazione di poste risarcitorie.

Il principio appare predicabile, in particolare, con riferimento alle fattispecie della serenità

familiare, della vita di relazione, del danno edonistico oggi evocate in ricorso, e tanto è a dirsi non

perchè tali aspetti e tali dimensioni della sfera personale non abbiano una propria autonomia e una

propria dignità ontologica, o perchè non rilevino in diritto, ma perchè destinate ad una sintesi ex

iure caratterizzata da una dimensione risarcitoria "funzionale" sostanzialmente unitaria, sia pur con

le precisazioni che di qui a breve seguiranno, nell'esaminare il secondo motivo del ricorso

principale (e con esso il secondo motivo di quello incidentale).

Con il quarto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360

c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2043, 2059, 1223 c.c.; omessa o quantomeno insufficiente

motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine ai criteri di liquidazione adottati e inerenti la

valutazione del danno biologico iure haereditatis - parziale esame della res iudicanda.

Con il quinto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360

c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2043, 2059, 1223 c.c.; omessa o quantomeno insufficiente

motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine ai criteri di liquidazione adottati e inerenti la

valutazione del danno biologico iure proprio - parziale esame della res iudicanda.

I motivi, da esaminarsi a loro volta congiuntamente, sono destituiti di fondamento.

Quanto al danno biologico direttamente riconducibile alla persona del defunto (e dunque, in ipotesi,

trasmesso agli eredi iure haereditatis) la sentenza impugnata si conforma al consolidato

insegnamento di questa corte regolatrice (da ultima, funditus, Cass. 6754/2011) che esclude la

configurabilità del c.d. "danno tanatologico" (o da morte) qualora la morte coincida sostanzialmente

(come nel caso di specie: folio 6 ss. della pronuncia della corte potentina) con il momento

dell'incidente.

Quanto al pregiudizio biologico iure proprio, questa categoria di danno, alla luce di un inequivoco

formante legislativo, oltre che giurisprudenziale, non può che consistere in una "lesione

medicalmente accertabile" della salute fisio-psichica del danneggiato, lesione che, nella specie, non

è stata nè allegata nè tempestivamente rappresentata in sede di merito, se soltanto con l'atto di

appello gli odierni ricorrenti sembrano essersi orientati nel senso di ipotizzare, oltre alla sofferenza

morale conseguente al gravissimo lutto subito, anche traumi fisici o psichici permanenti (senza

peraltro specificarne l'esatta natura: così, correttamente, la sentenza impugnata al folio 8).

Con il settimo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360

c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2043, 2059, 1223 c.c.; omessa o quantomeno insufficiente

motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine ai criteri di liquidazione adottati e inerenti la

valutazione del danno patrimoniale - parziale esame della res iudicanda.

Il motivo è privo di pregio.

Non erra la difesa ricorrente quando, con il puntuale quesito di diritto formulato a conclusione della

censura in esame, rammenta come il danno patrimoniale da lucro cessante possa essere riconosciuto

agli eredi di un soggetto deceduto in conseguenza del fatto illecito addebitabile ad un terzo volta

che gli stessi eredi siano stati privati di utilità economiche di cui già beneficiavano e/o di cui,

presumibilmente, avrebbero beneficiato in futuro - danno da accertare anche a mezzo di presunzioni

semplici.

Erra invece quando omette di considerare che, a tali principi di diritto, ripetutamente affermati da

questa corte regolatrice (ex permultis, Cass. 4980/06; 3549/4; 12597/01), si è rigorosamente

attenuta, nel suo articolato e completo iter motivazionale, la corte lucana che, con argomentazioni

del tutto scevre da errori logico- giuridici, ha ritenuto del tutto insussistenti, nella specie, le pur

necessarie presunzioni idonee a consentire la legittima configurabilità del lamentato danno

patrimoniale.

Con il secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360

c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2043, 2059, 1223 c.c.; omessa o quantomeno insufficiente

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motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine ai criteri di liquidazione adottati e inerenti la

valutazione del danno esistenziale - parziale esame della res iudicanda.

La doglianza si conclude con il seguente quesito di diritto: In materia di risarcimento del danno

patito iure proprio dalla vittima, anche fruendo della giurisprudenza di codesta Suprema Corte, è da

ritenersi viziata, per insufficienza di motivazione, la sentenza con la quale il giudice di merito (nel

caso di specie, al fine di determinare l'importo dovuto a titolo di risarcimento), in violazione di

quanto previsto dagli artt. 2043, 2059 ne 1223 c.c., non abbia individuato in capo ai prossimi

congiunti della vittima un autonomo diritto a vedersi risarcito il patito danno esistenziale quale

componente del danno non patrimoniale distinta ed autonoma rispetto a qualsiasi altra voce di

danno e segnatamente rispetto al ravvisato danno alla vita di relazione? La censura si rivela di non

agevole decifrazione, se sol si consideri che il giudice di appello - coma emerge dal coerente

dipanarsi dell'iter motivazionale della sentenza - ha espressamente considerato, riconosciuto e

liquidato, in via autonoma, proprio tale voce di danno, affermando expressis verbis che, nella

specie, "le voci di danno non patrimoniale da riconoscersi agli appellanti principali sono costituite

dal danno esistenziale e dal danno morale subbiettivo": voci di danno che, a giudizio della corte di

merito, "ben potevano coesistere tra loro, senza che la relativa liquidazione integrasse gli estremi di

una duplicazione risarcitoria", poichè "il danno esistenziale concerne il peggioramento della qualità

della vita a cagione della perdita di una persona cara, prescinde dall'esistenza di malattie organiche

o psichiche, e si distingue dall'interesse all'integrità morale protetto dall'art. 2 Cost." (a tale,

sostanzialmente corretta motivazione - salvo quanto si dirà nell'esaminare il ricorso incidentale -

avrebbe poi fatto seguito, in sentenza, una riliquidazione in melius dello stesso danno morale e la

liquidazione ex novo del danno definito espressamente esistenziale dalla corte potentina, di talchè

non è dato comprendere in cosa possa consistere la violazione di legge e il difetto di motivazione

rappresentate a questo giudice di legittimità con il motivo in esame).

Va ancora esaminato, per evidente connessione logico-giuridica, la speculare censura mossa alla

sentenza oggi impugnata dal ricorrente incidentale che, con il secondo motivo di gravame, lamenta

la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt.

2043, 2059, 1223 c.c.; omessa o quantomeno insufficiente motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in

ordine ai criteri di liquidazione del danno esistenziale (il rigetto del primo motivo dello stesso

ricorso incidentale, che lamenta una pretesa violazione del divieto di ius novorum in appello, è in

limine conseguente alla patente smentita dell'assunto difensivo derivante dalla piana lettura della

sentenza e degli atti di causa - cui questa corte ha diretto accesso trattandosi di denuncia di vizio in

procedendo: che, se una censura può muoversi alle richieste degli odierni ricorrenti, essa non è di

certo quella di parzialità o insufficienza contenutistica, iniziale o successiva).

Il motivo si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto:

In materia di risarcimento del danno patito dai congiunti della vittima, in virtù dell'orientamento

consolidato di codesta Corte, è da ritenersi viziata, per insufficienza di motivazione, la sentenza con

la quale il giudice di secondo grado, nel determinare l'importo dovuto a titolo di risarcimento, in

violazione di quanto previsto dagli artt 2043, 2059 e 1223 c.c., abbia riconosciuto ed individuato in

capo ai prossimi congiunti della vittima una generica ed atipica categoria di danno esistenziale dagli

incerti e non definiti confini, distinta ed autonoma rispetto al danno morale soggettivo.

Ad ulteriore integrazione del quesito, il ricorrente incidentale, nel corpo del motivo in esame,

osserva:

- da un canto, che "in conclusione, una volta liquidato il danno biologico, non vi è luogo per una

duplicazione risarcitoria della stessa voce di danno sotto la categoria, indefinita e atipica, del danno

esistenziale;

- dall'altro, che, a far data dall'anno 2003, questa stessa sezione, con le sentenze 8827 e 8828,

avrebbe testualmente affermato che "non sembra proficuo ritagliare all'interno della generale

categoria del danno non patrimoniale specifiche figure di danno, etichettandole in vario modo. Ciò

che rileva, ai fini dell'ammissione al risarcimento, è l'ingiusta lesione di un interesse inerente alla

persona dal quale conseguano pregiudizi non suscettivi di valutazione economica";

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- dall'altro ancora, che, con la sentenza 14488/2004, sempre questa sezione ha affermato che "non

esiste la categoria del c.d. danno esistenziale, essendo invece risarcibili le lesioni di specifici valori

costituzionalmente protetti".

La questione, così rappresentata oggi al collegio, postula un inevitabile approfondimento

dell'aspetto risarcitorio del danno non patrimoniale, alla luce così del dictum delle sezioni unite di

questa corte - che, con la già ricordata sentenza n. 26972 del 2008, hanno definitivamente

ricondotto a coerente unita il composito universo dei danni risarcibili -, come degli arresti della

successiva giurisprudenza di legittimità in subiecta materia.

Aspetto risarcitorio che - contestandosi oggi in radice la legittima predicabilità, sia pur sotto il

profilo meramente descrittivo, di una voce di danno c.d. "esistenziale" -, impone una breve

disamina e una inevitabile actio finium regundorum con riguardo alle categorie del danno morale e

del danno biologico.

Va premesso come appaia sicuramente corretto il riferimento testuale, compiuto dal ricorrente

incidentale, al contenuto, rilevante in parte qua, della sentenza di questa sezione n. 8827 del 2003,

che discorreva effettivamente, con riguardo a specifiche figure di danno, di inutilità delle relative

"etichette" (f. 28 della sentenza citata in ricorso).

Omette peraltro di rammentare il ricorrente incidentale che, nella stessa sentenza, al folio 38,

altrettanto testualmente è detto che "si risarciscono così - come si è detto sopra e solo nel caso di

conseguenze pregiudizievoli derivanti, secondo i richiamati principi della regolarità causale, dalla

lesione di interessi di rango costituzionale - danni diversi da quello biologico e da quello morale

soggettivo, pur se anch'essi, come gli altri, di natura non patrimoniale". Il che prosegue la pronuncia

- "non impedisce, proprio per questo, e nell'ottica della concezione unitaria della persona, che la

valutazione equitativa di tutti i danni non patrimoniali possa anche essere unica, senza una

distinzione - bensì opportuna, ma non sempre indispensabile - tra quanto va riconosciuto a titolo di

danno morale soggettivo e quanto a titolo di ristoro dei pregiudizi ulteriori e diversi dalla mera,

sofferenza psichica, ovvero quanto deve essere liquidato a titolo di risarcimento del danno biologico

in senso stretto (se una lesione dell'integrità psico-fisica sia riscontrata)". Non è pertanto illegittimo

opinare "che la liquidazione del danno biologico, di quello morale soggettivo e degli ulteriori

pregiudizi risarcibili sia espressa da un'unica somma di denaro, per la cui determinazione si sia

tuttavia tenuto conto di tutte le proiezioni dannose del fatto lesivo".

La pronuncia 8827 si conclude - assai diversamente da quanto opinato dal ricorrente incidentale -

con l'affermazione per cui "è il caso di chiarire che la lettura costituzionalmente orientata dell'art.

2059 c.c., va tendenzialmente riguardata non già come occasione di incremento generalizzato della

posto di danno (e mai come strumento di duplicazione di risarcimento degli stessi pregiudizi), ma

soprattutto come mezzo per colmare la lacuna, secondo l'interpretazione ora superata della norma

citata, nella tutela risarcitoria della persona, che va ricondotta al sistema bipolare del danno

patrimoniale e di quello non patrimoniale: quest'ultimo comprensivo del danno biologico in senso

stretto, del danno morale soggettivo come tradizionalmente inteso e dei pregiudizi diversi ad

ulteriori, purchè costituenti conseguenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto".

(Nella specie, il giudice di legittimità ebbe ad escludere che la corte territoriale fosse incorsa in una

duplicazione risarcitoria delle stesse conseguenze pregiudizievoli, "avendo avuto cura di chiarire

puntualmente che la liquidazione - legittimamente effettuata con l'indicazione di una somma

omnicomprensiva - è stata riferita sia alla "sofferenza acuta, ma ristretta esclusivamente al campo

interiore, sia alla frustrata aspettativa dei genitori ad una normale vita familiare dedita

all'allevamento della prole, ad una normale conduzione di vita, ad una serena vecchiaia", sicchè, "al

danno morale per il nefasto evento in se considerato si è aggiunto quello consistente nel più totale

sconvolgimento delle loro abitudini e delle normali aspettative, unitamente all'esigenza di

provvedere perennemente alle esigenze del figlio ridotto in condizioni pressochè esclusivamente

vegetative: e per quanto la motivazione della sentenza vada corretta nella parte in cui la corte di

merito ha ritenuto di poter alternativamente ricomprendere i predetti pregiudizi nell'ambito del

danno biologico, che non è invece configurabile se manchi una lesione dell'integrità psico-fisica

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secondo i canoni fissati dalla scienza medica - in tal senso si è di recente orientato il legislatore con

il D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13 e della L. 5 marzo 2001, n. 57, art. 5, prevedendo che il

danno biologico debba essere suscettibile di accertamento o valutazione medico legale -, ovvero nel

danno morale soggettivo, il cui ambito resta quello proprio della mora sofferenza psichica e deve

anzi a questa essere esclusivamente ricondotto, ha tuttavia adottato una soluzione conforme a diritto

laddove, in presenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto, ha liquidato l'intero

danno non patrimoniale anche in riferimento al pregiudizio ulteriore consistente nella permanente

privazione della reciprocità affettiva propria del più stretto tra i rapporti parentali").

A distanza di circa due mesi dalla data di deposito della sentenza 8827/2003, la Corte costituzionale

- chiamata a decidere della conformità alla Carta fondamentale dell'art. 2059 c.c., sotto il profilo

della legittimità della presunzione di colpa in ipotesi di astratta configurabilità di un fatto reato - in

un lungo, motivato e significativo obiter dictum, avrebbe dal suo canto affermato: "Giova al

riguardo premettere - pur trattandosi di un profilo solo indirettamente collegato alla questione in

esame - che può dirsi ormai superata la tradizionale affermazione secondo la quale il danno non

patrimoniale riguardato dall'art. 2059 cod. civ., si identificherebbe con il cosiddetto danno morale

soggettivo. In due recentissime pronunce (Cass., 31 maggio 2003, nn. 8827 e 8828), che hanno

l'indubbio pregio di ricondurre a razionalità e coerenza il tormentato capitolo della tutela risarcitoria

del danno alla persona, viene, infatti, prospettata, con ricchezza di argomentazioni - nel quadro di

un sistema bipolare del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale - un'interpretazione

costituzionalmente orientata dell'art. 2059 cod. civ., tesa a ricomprendere nell'astratta previsione

della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori, inerenti alla

persona: e dunque sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato

d'animo della vittima; sia il danno biologico in senso stretto, inteso come lesione dell'interesse,

costituzionalmente garantito, all'integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un

accertamento medico (art. 32 Cost.); sia infine il danno (spesso definito in dottrina ed in

giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di (altri) interessi di rango costituzionale

inerenti alla persona".

Non sembra seriamente discutibile - diversamente da quanto opinato dal ricorrente incidentale - che

l'intervento sinergico e pressochè sincronico del giudice di legittimità del giudice delle leggi avesse

dato vita ad un sistema bipolare del danno alla persona e, nella dimensione del danno non

patrimoniale, ad una vera e propria tripartizione dotata di "pari dignità" categoriale.

A distanza di tre anni, le stesse sezioni unite di questa corte, chiamate a dirimere un contrasto di

giurisprudenza in tema di oneri della prova del danno da mobbing, con un altrettanto lungo ed

altrettanto articolato obiter, ebbero modo di affermare che "per danno esistenziale si intende ogni

pregiudizio che l'illecito datoriale provoca sul fare areddituale del soggetto, alterando le sue

abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli erano propri, sconvolgendo la sua quotidianità e

privandolo di occasioni per la espressione e la realizzazione della sua personalità nel mondo

esterno", specificando ulteriormente che "il danno esistenziale si fonda sulla natura non meramente

emotiva ed ulteriore (propria del ed danno morale), ma oggettivamente accertabile del pregiudizio,

attraverso la prova di scelte di vita diverse da quelle che si sarebbero adottate se non si fosse

verificato l'evento dannoso. Il danno esistenziale infatti, essendo legato indissolubilmente alla

persona, e quindi non essendo passibile di determinazione secondo il sistema tabellare - al quale si

fa ricorso per determinare il danno biologico, stante la uniformità dei criteri medico legali

applicabili in relazione alla lesione dell'indennità psicofisica - necessita imprescindibilmente di

precise indicazioni che solo il soggetto danneggiato può fornire, indicando le circostanze

comprovanti l'alterazione delle sue abitudini di vita". Le sezioni unite del 2006 concluderanno, così,

che "mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione

dell'integrità psico-fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni

pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile)

provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri,

inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel

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mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo

peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi

elementi dedotti ... si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto

ignoto, ossia all'esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell'art. 115 cod. proc. civ., a quelle

nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella

valutazione delle prove".

Questo più ampio panorama dello stato della giurisprudenza, di legittimità e costituzionale, sino a

tutto il 2006 - secondo una ricognizione oggi imposta dall'assai parziale richiamo, contenuto nel

motivo in esame, ad un singolo e non significativo passaggio della sentenza 8827/2003 - consente al

collegio una prima considerazione (peraltro non indispensabile, alla luce dei successivi interventi

compiuti dal legislatore, a livello di normativa primaria e secondaria, all'indomani delle sentenze

dell'11 novembre 2008): un indiscusso e indiscutibile formante giurisprudenziale di un altrettanto

indiscutibile "diritto vivente", così come predicato ai suoi massimi livelli, era, sino a tutto l'anno

2006, univocamente indirizzato nel senso della netta separazione, concettuale e funzionale, del

danno biologico, del danno morale, del danno derivante dalla lesione di altri interessi

costituzionalmente protetti.

In tale ottica, le stesse "tabelle" in uso presso il tribunale di Milano - che questa stessa Corte

eleverà, con la sentenza 12408/2011, a dignità di generale parametro risarcitorio per il danno non

patrimoniale - ne prevedevano una separata liquidazione, indicando, in particolare, nella misura di

un terzo la percentuale di danno biologico utilizzabile come parametro per la liquidazione del

(diverso) danno morale subbiettivo.

Le norme di cui agli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni private (D.Lgs. n. 209 del

2005), calate in tale realtà interpretativa, non consentivano (nè tuttora consentono), pertanto,

una lettura diversa da quella che predicava la separazione tra i criteri di liquidazione del

danno biologico in esse codificati e quelli funzionali al riconoscimento del danno morale: in

altri termini, la "non continenza", non soltanto ontologica, nel sintagma "danno biologico"

anche del danno morale.

Nella liquidazione del danno biologico, invece, il legislatore del 2005 ebbe a ricomprendere quella

categoria di pregiudizio non patrimoniale - oggi circoscritta alla dimensione di mera voce

descrittiva - che, per voce della stessa Corte costituzionale, era stata riconosciuta e definita come

danno esistenziale: è lo stesso Codice delle assicurazioni private a discorrere, difatti, di quegli

aspetti "dinamico relazionali" dell'esistenza che costituiscono danno ulteriore (rectius,

conseguenza dannosa ulteriormente risarcibile) rispetto al danno biologico strettamente inteso

come compromissione psicofisica da lesione medicalmente accertabile. L'aumento percentuale

del risarcimento riconosciuto in funzione del punto invalidità, difatti, non è altro che il

riconoscimento di tale voce descrittiva del danno, e cioè della descrizione degli ulteriori

patimenti che, sul piano delle dinamiche relazionali, il soggetto vittima di una lesione

medicalmente accertabile subisce e di cui (se provati) legittimamente avanza pretese

risarcitorie.

Ma quid iuris qualora (come nella specie) un danno biologico manchi del tutto, e il diritto

costituzionalmente protetto (quello che le sentenze del 2003 definirono, con terminologia di più

ampio respiro, in termini di "valore" e/o "interesse" costituzionalmente protetto) risulti diverso da

quello di cui all'art. 32 Cost., sia cioè, altro dal diritto alla salute (che il costituente, non a caso, ebbe

cura di non definire inviolabile - al pari della libertà, della corrispondenza e del domicilio - bensì

fondamentale)? Quanto al danno morale, ed alla sua autonomia rispetto alle altre voci descrittive di

danno (e cioè in presenza o meno di un danno biologico o di un danno "relazionale"), questa Corte,

con la sentenza 18641/2011, ha già avuto modo di affermare quanto segue:

"La modifica del 2009 delle tabelle del tribunale di Milano - che questa corte, con la sentenza

12408/011 (nella sostanza confermata dalla successiva pronuncia n. 14402/011) ha dichiarato

applicabili, da parte dei giudici di merito, su tutto il territorio nazionale - in realtà, non ha

mai "cancellato" la fattispecie del danno morale intesa come "voce" integrante la più ampia

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categoria del danno non patrimoniale: nè avrebbe potuto farlo senza violare un preciso

indirizzo legislativo, manifestatosi in epoca successiva alle sentenze del 2008 di queste sezioni

unite, dal quale il giudice, di legittimità e non, non può in alcun modo prescindere, in una

disciplina (e in una armonia) di sistema che, nella gerarchia delle fonti del diritto, privilegia

ancora la disposizione normativa rispetto alla produzione giurisprudenziale.

L'indirizzo di cui si discorre si è espressamente manifestato attraverso la emanazione di due

successivi D.P.R. n. 37 del 2009 e il D.P.R. n. 191 del 2009, in seno ai quali una specifica

disposizione normativa (l'art. 5) ha inequivocamente resa manifesta la volontà del legislatore

di distinguere, morfologicamente prima ancora che funzionalmente, all'indomani delle

pronunce delle sezioni unite di questa corte (che, in realtà, ad una più attenta lettura, non

hanno mai predicato un principio di diritto volto alla soppressione per assorbimento, ipso

facto, del danno morale nel danno biologico, avendo esse viceversa indicato al giudice del

merito soltanto la necessità di evitare, attraverso una rigorosa analisi dell'evidenza

probatoria, duplicazioni risarcitorie) tra la "voce" di danno c.d. biologico da un canto, e la

"voce" di danno morale dall'altro: si legge difatti alle lettere a) e b) del citato art. 5, nel primo

dei due provvedimenti normativi citati: - che "la percentuale di danno biologico è determinata

in base alle tabelle delle menomazioni e relativi criteri di cui agli artt. 138 e 139 del codice

delle assicurazioni; - che "la determinazione della percentuale di danno morale viene

effettuata, caso per caso, tenendo conto dell'entità della sofferenza e del turbamento dello

stato d'animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi e in rapporto

all'evento dannoso, in misura fino a un massimo di due terzi del valore percentuale del danno

biologico".

Quanto, in particolare, al c.d. "danno parentale" la sentenza specifica ancora come "Vadano

senz'altro ristorati anche gli aspetti relazionali propri del danno da perdita del rapporto parentale

inteso come danno esistenziale ... al cui proposito approfondita si appalesa la disamina della corte

territoriale che, dopo aver ricostruito la vicenda in termini di eccezionaiità sotto il profilo dinamico-

relazionale della vita dei genitori del piccolo tetraplegico, ha poi altrettanto correttamente ritenuto

di conservare un ancoraggio alla liquidazione del danno biologico quale parametro di riferimento

equitativo non del tutto arbitrario del danno parentale, quantificando - con apprezzamento di fatto

scevro da errori logico giuridici e pertanto incensurabile in questa sede - il danno stesso in una

percentuale (l'80%) del pregiudizio biologico risentito dal minore".

Non sembrò revocabile in dubbio alla Corte, e non sembra revocabile in dubbio oggi al collegio,

che, nella più ampia dimensione del risarcimento del danno alla persona, la necessità di una

integrale riparazione del danno parentale (secondo i principi indicati dalla citata Cass. ss.uu.

26972/08) comporti che la relativa quantificazione debba essere tanto più elevata quanto più grave

risulti il vulnus alla situazione soggettiva tutelata dalla Costituzione inferto al danneggiato, e tanto

più articolata quanto più esso abbia comportato un grave o gravissimo, lungo o irredimibile

sconvolgimento della qualità e della quotidianità della vita stessa.

Sulla base di tali premesse, e sgombrato il campo da ogni possibile equivoco quanto alla

autonomia del danno morale rispetto non soltanto a quello biologico (escluso nel caso di

specie), ma anche a quello "dinamico relazionale" (predicabile pur in assenza di un danno

alla salute), va affrontata e risolta la questione, specificamente sottoposta oggi dal ricorrente

incidentale al vaglio di questa Corte, della legittimità di un risarcimento di danni "esistenziali" così

come riconosciuti dalla corte di appello di Potenza.

Questione da valutarsi, non diversamente da quella afferente al danno morale, alla luce del dictum

dalle sezioni unite di questa corte nel 2008, che lo ricondussero, in via di principio, a species

descrittiva di danno inidonea di per sè a costituirne autonoma categoria risarcitoria.

Un principio affermato, peraltro, nell'evidente e condivisibile intento di porre un ormai

improcrastinabile limite alla dilagante pan- risarcibilità di ogni possibile species di pregiudizio,

benchè priva del necessario referente costituzionale, e sancito con specifico riferimento ad una

fattispecie di danno biologico.

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Un principio che, al tempo stesso, affronta e risolve positivamente la questione della risarcibilità di

tutte quelle situazioni soggettive costituzionalmente tutelate (diritti inviolabili o anche "solo"

fondamentali, come l'art. 32 Cost., definisce la salute) diversi dalla salute, e pur tuttavia incise dalla

condotta del danneggiante oltre quella soglia di tollerabilità indotta da elementari principi di civile

convivenza (come pure insegnato dalle stesse sezioni unite).

Le sentenze del 2008 offrono, in proposito, una implicita quanto non equivoca indicazione al

giudice di merito nella parte della motivazione che discorre di centralità della persona e di

integralità del risarcimento del valore uomo - così dettando un vero e proprio statuto del danno non

patrimoniale alla persona per il terzo millennio.

La stessa (meta)categoria del danno biologico fornisce a sua volta risposte al quesito circa la

"sopravvivenza" - predicata dalla corte di appello lucana - del c.d. danno esistenziale, se è vero

come è vero che "esistenziale" è quel danno che, in caso di lesione della stessa salute, si colloca e si

dipana nella sfera dinamico relazionale del soggetto, come conseguenza, sì, ma autonoma, della

lesione medicalmente accertabile.

Prova ne sia che un danno biologico propriamente considerato - un danno, cioè, considerato non

sotto il profilo eventista, ma consequenzialista - non sarebbe legittimamente configurabile (sul

piano risarcitorio, non ontologico) tutte le volte che la lesione (danno evento) non abbia procurato

conseguenze dannose risarcibili al soggetto: la rottura, da parte di un terzo, di un dente destinato di

lì a poco ad essere estirpato dal (costoso) dentista è certamente una "lesione medicalmente

accertabile", ma, sussunta nella sfera del rilevante giuridico (id est, del rilevante risarcitorio), non è

(non dovrebbe) essere anche lesione risarcibile, poichè nessuna conseguenza dannosa (anzi..), sul

piano della salute, appare nella specie legittimamente predicabile (la medesima considerazione

potrebbe svolgersi nel caso di frattura di un arto destinato ad essere frantumato nel medesimo modo

dal medico ortopedico nell'ambito di una specifica terapia ossea che attende di lì a poco il

danneggiato).

La mancanza di "danno" (conseguenza dannosa) biologico, in tali casi, non esclude, peraltro, in

astratto, la configurabilità di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un possibile

danno "dinamico-relazionale", sia pur circoscritto nel tempo.

Queste considerazioni confermano la bontà di una lettura delle sentenze delle sezioni unite del 2008

condotta, prima ancora che secondo una logica interpretativa di tipo formale-deduttivo, attraverso

una ermeneutica di tipo induttivo che, dopo aver identificato l'indispensabile situazione soggettiva

protetta a livello costituzionale (il rapporto familiare e parentale, l'onore, la reputazione, la libertà

religiosa, il diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario, quello all'ambiente, il diritto di

libera espressione del proprio pensiero, il diritto di difesa, il diritto di associazione e di libertà

religiosa ecc.), consenta poi al giudice del merito una rigorosa analisi ed una conseguentemente

rigorosa valutazione tanto dell'aspetto interiore del danno (la sofferenza morale) quanto del suo

impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno esistenziale).

Una indiretta quanto significativa indicazione in tal senso potrebbe essere rinvenuta nel disposto

dell'art. 612 bis cod. pen., che, sotto la rubrica "Atti persecutori", dispone che sia "punito con la

reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in

modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato

timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da

relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita".

Sembrano efficacemente scolpiti, in questa disposizione di legge - per quanto destinata ad operare

in un ristretto territorio del diritto penale - i due autentici momenti essenziali della sofferenza

dell'individuo: il dolore inferiore, l'alterazione della vita quotidiana.

Danni diversi, e perciò solo entrambi autonomamente risarcibili, se, e solo se, rigorosamente provati

caso per caso, al di là di sommarie ed impredicabili generalizzazioni (che anche il dolore più grave

che la vita può infliggere, come la perdita di un figlio, può non avere alcuna conseguenza in termini

di sofferenza inferiore e di stravolgimento della propria vita "esterna" per un genitore che, quel

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figlio, aveva da tempo emotivamente cancellato, vivendo addirittura come una liberazione la sua

scomparsa).

E' lecito ipotizzare, come sostiene il ricorrente incidentale, che la categoria del danno esistenziale

risulti "indefinita e atipica".

Ma ciò è la probabile conseguenza dell'essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua

volta, "indefinita e atipica".

Il ricorso incidentale deve pertanto, al pari di quello principale, essere rigettato.

Le spese di giudizio sono destinate, in questa sede, ad integrale compensazione, giusta il principio

della reciproca soccombenza.

PQM

La corte, decidendo sui ricorsi riuniti, li rigetta entrambi e dichiara interamente compensate le spese

del giudizio di cassazione.

20 11 2012

 

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